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Il Piano per il Sud richiede nuovi investimenti e lavoro, sempre che non vincano i populisti

Il Piano per il Sud richiede nuovi investimenti e lavoro, sempre che non vincano i populisti

I pianeti sono stati allineati, o quasi. Le condizioni sono state create. In gran parte. Se tutto va come dovrebbe andare nel 2018, l’Italia e il Mezzogiorno potranno continuare a crescere rafforzando un trend già evidente nel 2017. A patto che, ovviamente, che il sistema paese resti sulla carreggiata giusta, quella indicata dai governi Renzi e Gentiloni. Nonostante gli sfascismi di chi ci racconta sul baratro, l’Italia, in questi anni, è ripartita. I problemi restano, le ferite dopo la crisi del 2008 – durata dieci anni! -, si devono ancora rimarginare, ma c’è un paese che risponde alle sfide della globalizzazione e una classe dirigente che, con limiti ed errori, ha perseguito una visione di futuro; e ha portato a casa risultati. Certo, occorre fare ancora di più e lo faremo.

I numeri non mentono e le stime dell’anno passato rivelano un’Italia vivace: con un Sud – cosa impensabile, fino a poco tempo fa -, a fare da traino dell’economia nazionale. Lo rivela l’ultimo Check Up Mezzogiorno, elaborato da Confindustria e SRM – Studi e Ricerche per il Mezzogiorno -, Gruppo Intesa San Paolo, dal quale parto per una serie di considerazioni: in primis, senza Sud, il Nord e quindi nel suo complesso l’Italia, non ripartono.

Finita l’era della crescita “sussidiata”, pompata pubblicamente in modo effimero e dannoso. Tramontati gli anni dell’impostazione “leghista”, per cui il Meridione doveva servire solo come mercato dei prodotti del Nord e come serbatoio di manodopera a basso costo all’industria settentrionale, siamo giunti finalmente a una rivoluzione in fieri per cui puntare sul Sud e per il Sud significa investire sul futuro dell’Italia. Grazie a una regia centrale ma concertata con le Regioni è migliorata la spesa dei fondi europei così come la programmazione e la progettualità degli investimenti strategici. L’abbiamo visto con la razionalizzazione del sistema portuale e aeroportuale, con gli investimenti su treni veloci, strade e autostrade, con la banda larga, il Jobs Act e la decontribuzione a favore dei neo-assunti al Sud e un turismo finalmente trasformato in un’industria che crea sviluppo e posti di lavoro.

Bisogna proseguire su questa strada affrontando due nodi prioritari: innovare e migliorare la pubblica amministrazione meridionale e il settore privato anche attraverso scambi Erasmus e l’innesto di veri manager, intervenire sui servizi di gestione delle infrastrutture creando reti (per esempio nei trasporti occorre sincronizzare gli orari di treni, aerei, traghetti, bus, nell’interesse dei consumatori).

E contemporaneamente occorre intervenire con maggiore incisività sulle aree di disagio che permangono, e che riguardano sopratutto i giovani e una fascia di cinquantenni espulsi dai cambiamenti del mercato del lavoro o mai entrati in esso.

Coesione e solidarietà, reti sociali e politiche di inclusione sono essenziali.

Infine, non ci può essere crescita strutturale di lungo periodo senza lavoro e non ci può essere lavoro senza aziende e industrie. Queste le sfide che aspettano il prossimo governo. Dopo l’allineamento dei pianeti, ora la fase 2 deve passare per la re-industrializzazione del Meridione. Il Sud deve tornare a produrre e produrre servizi, prodotti e tecnologia di altissima qualità. È l’unico modo per attirare intelligenze, trattenere giovani, diffondere educazione e cultura. Nessuno chiede nuove cattedrali nel deserto pubbliche ma politiche di sostegno alla piccola, media e grande industria, in particolare la industria culturale, del turismo, dell’agroalimentare che nel Sud trovano un terreno particolarmente fecondo.

La nascita e diffusione delle Zes, Zone Economiche Speciali, potrebbe essere il volano per attirare soldi e investimenti. Sostegno e non assistenza. Investimenti e non clientelismi. Questa è l’unica via.

A condizione che l’allineamento dei pianeti non venga stravolto dalle prossime elezioni.

Gli elettori si guardino bene dalle sirene delle ricette facili propagandate dalle destre e dai populisti. Il populismo si alimenta di un sentimento anti-sistema che trova le sue origini negli errori e orrori che la politica nel passato ha generato. Il populismo si ferma però alla protesta, non ha progetto e non ha visione. È solo un ricettore del disagio, pur comprensibile e legittimo. Le proposte dei populisti sono solo scorciatoie effimere quando non dannose: uscire dall’euro, alzare i muri, affondare i barconi, chiudersi nei recinti delle piccole patrie. Occorre fare attenzione a non restare imbrigliati dalla “dittatura del presente”, come l’ha definita il Presidente Mattarella. Serve una visione, una scelta politica strategica e di lungo periodo. Il Partito democratico ha dimostrato di avere una visione e di saper mantenere gli impegni presi.

La sfida non è semplice e la scelta difficile: ma ora è il momento del coraggio e della lungimiranza. Coraggio e lungimiranza, questo è il mio augurio per il 2018.

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